Spietato e intuitivo, se può farti male Carney te lo fa (Obama è avvisato)

Se il carisma politico è un fatto di doni e talenti, pulsione istintiva irriproducibile, il terreno circostante si può dissodare con il sudore della fronte e la scienza delle stagioni. Come nel dettato evangelico, anche in politica i talenti vanno fatti fruttare, non si nascondono sotto terra, se non altro per evitare il pianto e lo stridore di denti; così l’immenso talento persuasivo di Barack Obama sarebbe poca cosa senza l’impianto costruito da David Axelrod, personaggio affilato che dirige nell’ombra l’orchestra del consenso.
Immagine di Spietato e intuitivo, se può farti male Carney te lo fa (Obama è avvisato)
New York. Se il carisma politico è un fatto di doni e talenti, pulsione istintiva irriproducibile, il terreno circostante si può dissodare con il sudore della fronte e la scienza delle stagioni. Come nel dettato evangelico, anche in politica i talenti vanno fatti fruttare, non si nascondono sotto terra, se non altro per evitare il pianto e lo stridore di denti; così l’immenso talento persuasivo di Barack Obama sarebbe poca cosa senza l’impianto costruito da David Axelrod, personaggio affilato che dirige nell’ombra l’orchestra del consenso, George W. Bush non avrebbe raggiunto quel grado di capillarità necessario per conquistare due mandati senza il grande architetto Karl Rove e Bill Clinton non avrebbe fatto il salto di qualità senza i consigli del geniale comunicatore James Carville. Nella politica americana spesso a fare la differenza è ciò che non si vede, quella macchina strategica fatta di consiglieri e spin doctor che come in una partita di curling scaldano il ghiaccio per fare scivolare più velocemente la pietra. Non può essere un caso dunque che nel giro di un mese dalla sua discesa nell’arena repubblicana il governatore del Texas, Rick Perry – personaggio noto e nondimeno politico di respiro locale – abbia superato nei sondaggi candidati che da mesi se non da anni (Mitt Romney) cercano la chiave per accedere al cuore dell’elettorato conservatore. Non si passa dall’ultima alla prima fila della classe politica per caso.

Dietro alle quinte di Perry c’è Dave Carney, un Agamennone conservatore che gestisce la campagna elettorale con uno spirito rivoluzionario sconosciuto nell’universo degli strateghi repubblicani. Carney e Perry sono più che alleati. Sono amici intimi che vedono il mondo attraverso le stesse lenti e muovono le pedine secondo uno schema preciso, a dispetto di quegli osservatori che interpretano le mosse della campagna come una giustapposizione disarticolata e senza visione. Carney era già qualcuno quando Karl Rove non era ancora nessuno. Dopo un lavoro estivo durante le scuole superiori come facchino elettorale in New Hampshire, si imbatte negli uomini della campagna senatoriale di John Sununu, che nel giro di qualche mese diventa il suo mentore; quando le serate di lavoro finiscono troppo tardi – cioè spesso – Carney si accoccola nel basement del candidato invece di tornare nel quartier generale della campagna, uno spazio di fortuna ricavato in un vecchio drugstore. La corsa per il Senato non finisce in gloria, ma due anni dopo Sununu diventa governatore anche grazie ai consigli di questo giovane tracagnotto votato alla causa. Quando Bush senior nomina Sununu capo di gabinetto, Dave riceve in dono la nomina di assistente speciale del presidente. Del resto era per il suo lavoro capillare che Bush aveva strappato il New Hampshire – stato fondamentale nella logica delle primarie, come sa bene anche Perry – all’avversario Bob Dole. Quando arriva alla Casa Bianca, Carney non ha ancora compiuto trent’anni.

La prima sconfitta del cursus honorum arriva con le presidenziali del 1992, quando Carney passa mesi in televisione a incrociare le lame con gli uomini di Pat Buchanan, che aspira alla nomina presidenziale nonostante il presidente uscente; una volta sconfitti gli avversari interni, si può dedicare esclusivamente a Bill Clinton, candidato immerso nella sfida democratica ma che nella primavera inoltrata emerge come frontrunner progressista.

Nelle casse della campagna di Bush ci sono ancora sette milioni di dollari che per legge vanno spesi prima della convention agostana del partito e Carney se ne esce con una proposta che fa storcere il naso ai vecchi professionisti della politica che lo circondano: investire quei soldi per una campagna negativa contro Clinton negli stati in cui si è già votato per le primarie. “Distruggiamolo”, tuona Carney nel silenzio generale. Riluttanti, i colleghi gli offrono un decimo delle risorse a disposizione per testare la sua idea in tre contee campione. In Georgia gli elettori ricevono per posta un messaggio che contesta le posizioni militari di Clinton; quelli del New Jersey un pamphlet sul suo record di politica ambientale, mentre in Texas il messaggio è tagliato sulle tasse. A scriverlo è un giovane consulente di nome Karl Rove. Il sondaggio successivo dice che in quelle tre contee Bush ha guadagnato venti punti, quindi “basta prendere i quattro o cinque stati fondamentali e devastare Clinton con i soldi che ci restano”, dice Carney. Ma l’apparato non ci vuole sentire e pur di smentire le idee bizzarre di quello smargiasso raccomandato restituisce ai donatori i milioni avanzati. “Da quel momento ho capito che ci sono dei vantaggi a non fare il gioco di squadra. E’ più redditizio essere rumorosi e meschini”.

Per via delle sue entrature in New Hampshire Bob Dole lo assume per la campagna elettorale del 1996, alla fine del primo mandato clintoniano; è lì che il Time incorona il trentaseienne Carney “maestro della cucina di Bob” e “leggenda fra i repubblicani”. Ancora una volta lo stratega viene proiettato nel mondo dei dibattiti televisivi, ma con i clintoniani ci si batte a colpi di spadone, non con il fioretto. Si sa però come va a finire l’avventura. Per smaltire la delusione Carney abbandona Washington e ripiega nel suo feudo per dedicarsi all’attività di consulente politico locale, fino al giorno in cui riceve una telefonata di Karl Rove. Sa che Carney è fuori dal giro, ma lo stesso gli propone di seguire la campagna elettorale di un suo sconosciuto protetto, un commissario dell’agricoltura, che si candida per il posto di vicegovernatore in Texas, mentre lui è impegnato a organizzare l’ascesa del giovane Bush. Il suo nome è Rick Perry. Dopo tredici anni di vittorie dell’uomo che più a lungo ha governato lo stato della stella solitaria, il sodalizio è indissolubile: “Non farei gestire la campagna a nessun altro”, dice Perry. Nemmeno a Karl Rove? Soprattutto a Karl Rove, che nel corso degli anni si è allontanato in maniera irreparabile dal governatore che una volta aveva contribuito a lanciare. E’ anche per questo che fra la famiglia Bush e Rick Perry c’è una specie di inimicizia biblica che non si può in alcun modo ricucire, nonostante il cliché del texano con le corna sul cofano e il lazo in mano suggerisca che tutti in quell’enclave di potere siano abbastanza rozzi da intendersela.

Quando Rove dice che le parole di Perry sul Social Security sono “tossiche” sta mandando un messaggio a Carney, che quelle immagini (lo schema Ponzi riferito alle pensioni, ad esempio) le ha costruite in tredici anni di duro lavoro; e la risposta arriva attraverso un’intervista a Time in cui Perry dice che “il linguaggio che ho usato è allo stesso tempo forte e descrittivo”. Se Carney – l’uomo che “ho sentito usare più ‘fuck’ nella mia vita”, come dice un suo cliente – potesse sintetizzare direbbe: caro Karl, non mi rompere i coglioni. Steve Duprey, ex responsabile del Partito repubblicano in New Hampshire, dice che “se Carney può batterti non solo lo farà, ma troverà modi creativi per farlo”. Così ha fatto con Perry quando nella campagna del 2006 si è imbattuto in un libro pubblicato dalla Brookings Institution, centro studi democratico da cui Clinton aveva attinto idee a mani basse, dal titolo: “Get Out the Vote: How to Increase Voter Turnout”. Nello studio di Donald Green e Alan Gerber, professori di Yale, si spiegava che il modo migliore per aumentare l’affluenza alle urne era quello di tornare alle vecchie campagne fatte per posta e per telefono, mentre gli spot televisivi costano molto e non sono convincenti. Come racconta Sasha Issenberg in “Rick Perry and his eggheads”, Carney ha fatto leggere a tutti gli uomini della campagna il manuale e ha chiesto ai professori di diventare parte del team. Anche Perry, che più di tutto odia i professori dell’Ivy League – “non c’è bisogno di avere un dottorato ad Harvard per capire l’economia” – ha dovuto ammettere che il laboratorio sperimentale aveva funzionato.

Nel 2010 allora ha proposto una rivoluzione ulteriore di cui tutti gli attivisti si sono accorti appena sono andati alla sede del partito per ritirare gli enormi cartelloni elettorali che vanno tanto sulle strade del sud. I manifesti non c’erano. “E quando arrivano?”. “Non arrivano”. Nella metodologia di Carney il manifesto era stato eliminato – hanno dovuto pregarlo in ginocchio perché stanziasse 20 mila dollari per accontentare quelli che senza manifesti avrebbero avuto una crisi d’identità. Puntando sulla campagna grassroots, quella degli attivisti che suonano campanelli, e pochissimo sugli spot, Perry ha vinto ancora, e ha evitato un ballottaggio che quella volta sembrava inevitabile. Per l’ennesima volta Carney s’è preso un rischio; e per l’ennesima volta ha avuto ragione.

Il governatore del Texas non è l’unico fra i clienti di Carney. L’ex speaker della Camera, Newt Gingrich, si è rivolto a lui quando ha deciso di correre per le primarie. Ma dopo cinque mesi di lavoro Carney e il team della campagna si sono prodotti in uno spettacolare abbandono della nave elettorale. “Gingrich non segue i nostri consigli” è stata la motivazione, e data la tempra rivoluzionaria di Carney è certo che il problema sia stato far entrare nella testa di Newt concetti diversi da quelli che già possedeva. Notando che Carney tornava al rapporto simbiotico con Perry, gli osservatori hanno capito che qualcosa di serio stava accadendo, anche se rimaneva un dubbio circa il rapporto causa-effetto: Carney torna perché Perry ha scelto di correre o viceversa? Con la sua ricercata ruvidezza, il carattere rubesto, la foga anti Washington mitigata da uno spirito evangelico improntato alla compassione, Perry ha agganciato la testa della corsa repubblicana, con l’obiettivo di affermarsi come governatore dal record impeccabile capace di attrarre l’elettorato più gastrico e militante, quello del Tea Party. Nel Gop in preda a una guerra di correnti, Perry deve parlare molte lingue e alternare le maschere politiche per trovare l’area d’intersezione fra insiemi che appaiono irrimediabilmente divisi. E’ difficile, certo. Per questo c’è Dave Carney.